Michele Vacchiano Cultural Photography

Il "tip" del mese

Ogni mese un suggerimento, un consiglio, un "trucco del mestiere" utile a rendere piů divertente, piacevole e professionale il lavoro del fotografo.

DICEMBRE 2013

Come farsi trovare e vivere felici

Dicono le statistiche, che cito a memoria quindi sarò approssimativo, che dal 2001 al 2005 sono stati postati sul web alcuni miliardi di fotografie (non ricordo quanti ma l'ordine di grandezza è quello: miliardi).
Ma tra il 2006 e il 2012 il numero di fotografie sul web ha raggiunto alcuni (non ricordo esattamente quanti) triliardi!
Fosse anche un solo triliardo (mille miliardi di miliardi, 1000x10006), si tratta di una cifra che avrei difficoltà a scrivere e persino a immaginare.
Per quanto riguarda l'Italia (qui posso essere più preciso), una ricerca finanziata da Samsung rivela che ogni minuto vengono scattate e condivise 3572 fotografie, cioè più di 5 milioni al giorno.
La stessa ricerca dice che gli italiani sono i più assidui utilizzatori dei social network: noi condividiamo molto più dei francesi e degli inglesi (ma siamo superati dagli spagnoli).
Di fronte a una quantità così elevata di fotografie (tanto prodotte quanto - soprattutto - divulgate) non si può non dare ragione a Román Gubern quando dice che ormai viviamo immersi in una "iconosfera", dove l'immagine ha surclassato la parola scritta come mezzo di comunicazione e diffusione delle idee.
Del resto basta leggere una qualsiasi rivista, confrontandola con una pubblicazione analoga di trenta o quaranta anni fa, per vedere come la comunicazione pubblicitaria sia sempre più basata sull'impatto comunicativo dell'immagine piuttosto che sull'efficacia del messaggio verbale.
Inserisco qui una nota autobiografica divertente.
Avendo lavorato per molti anni in una biblioteca pubblica ed essendomi occupato di fotografia e digitalizzazione di manoscritti, lettere, testi antichi, ma anche di periodici di interesse storico, mi divertivo talvolta (durante le pause delle riprese fotografiche) a leggere le pubblicità stampate su quotidiani e riviste d'epoca. Quasi sempre l'immagine era assente (o, se c'era, era costituita da un disegno e non certo da una fotografia). In compenso c'era un lungo testo che esaltava, con dovizia di particolari e spesso adducendo testimonianze e prove "scientifiche", le virtù del prodotto reclamizzato. Una delle illustrazioni al fondo di questo articolo riproduce una pubblicità stampata a pagina 4 del "Corriere dell'Arno"del 19 marzo 1894 (anno XXII, n. 9). Illustra le miracolose proprietà dei confetti vegetali Costanzi, capaci di guarire "indistintamente tutte le malattie genito-urinarie"!
Come confronto, pubblichiamo anche la pubblicità - tratta da una rivista stampata nel 2013 - di una molto meno miracolosa caramella balsamica: immagine a tutta pagina e come testo poco più di uno slogan.
Che cosa è successo?
E' successo, semplicemente, che negli anni abbiamo scoperto quanto possa rivelarsi dirompente la carica comunicativa di un'immagine, non solo per la sua capacità di sintetizzare in un unico sguardo concetti complessi, ma anche perché è un tipo di comunicazione alla quale non ci si può sottrarre: noi siamo liberi di non leggere un messaggio scritto, di spegnere radio e TV, di non consultare il sito internet che ci viene suggerito, ma non possiamo non vedere un’immagine, e nel momento in cui la vediamo il messaggio è già passato.
Il digitale ha permesso a chiunque di condividere le proprie immagini con un numero potenzialmente illimitato di persone.
Questo è indubbiamente un vantaggio ma rappresenta - per alcuni - un problema.
Un problema inesistente per chi carica su Facebook la foto della grigliata domenicale per condividerla con gli amici virtuali, ma che può esistere (ed essere serio) per chi vuole promuovere la propria attività di fotografo (professionista o dilettante poco importa) e diffondere le proprie immagini, magari nella speranza che qualche editore o qualche pubblicitario le noti, le apprezzi e proponga una collaborazione.
Diventa quindi necessario mettere in atto delle strategie utili a farsi trovare prima e più facilmente di altri, se si spera di emergere, almeno un poco, dall'oceano indifferenziato di quei triliardi di immagini.
La prima di queste strategie consiste nel curare con la massima attenzione la descrizione della fotografia, compilando quegli "Info file" (o "File info", a seconda delle versioni e delle lingue) che altro non sono se non metadati che vengono scritti all'interno del file e che ne consentono l'identificazione.
Alcuni di questi metadati sono già scritti nel file (li possiamo leggere agevolmente con l'applicazione idonea): si tratta dei dati di scatto che ci dicono con quale fotocamera e obiettivo è stata scattata la foto, descrivono i valori di esposizione, riferiscono sull'eventuale uso del flash ecc.
Ma c'è un campo, quello della descrizione, che possiamo (dobbiamo!) riempire noi e che è suddiviso in aree distinte, ognuna delle quali riveste una sua ben precisa funzione.
Premessa: scrivete tutto in inglese.
Questa è una condicio sine qua non (ok, questo è latino ma siamo poliglotti, che diamine!), dal momento che la maggior parte delle ricerche in rete (comprese quelle effettuate da editori e pubblicitari italiani) viene fatta in inglese.
Se non sapete l'inglese fatevi aiutare dal traduttore di Google (ma poi controllate con un buon dizionario fraseologico perché il translator spesso prende delle cappelle mostruose).
Se invece avete studiato l'inglese a scuola, questo è il momento di metterlo in pratica!
Il primo campo da compilare è quello del titolo.
Il titolo è importante perché descrive sinteticamente l'immagine.
Evitate titoli suggestivi, poetici, artistici o evocativi: non servono a un tubo!
Il titolo è il primo elemento che permetterà il ritrovamento e il riconoscimento dell'immagine, quindi quanto più è prosaico tanto meglio è.
In soldoni: se fotografate la vostra fidanzata sdraiata su un lettino da spiaggia che parla al cellulare mentre prende il sole, il titolo giusto sarà "Girl talking on the phone while sunbathing on the beach", e non "Sognando lei", "Il mio amore" o "Mazza che pupa!".
Il titolo che abbiamo scelto come esempio è composto da dieci parole.
Non a caso.
Dieci parole è il limite imposto da alcune agenzie ed è anche il limite del buonsenso: un titolo deve restare un titolo e non trasformarsi in una descrizione.
Nel campo "Autore" mettete il vostro nome: questo mi sembra ovvio e non richiede grosse spiegazioni.
Nel campo "Descrizione" potete scrivere un romanzo e non sarebbe male se lo faceste.
Io sono sempre molto esaustivo, prima di tutto perché le parole contenute nella descrizione sono di fatto altrettante chiavi di ricerca; poi perché l'editore che volesse pubblicare l'immagine su una rivista non avrebbe bisogno di chiedere a me o a qualcun altro di scrivere la didascalia: è già scritta dentro il file; infine perché (soprattutto quando la fotografia va all'estero) una descrizione accurata contribuisce ad approfondire la conoscenza del soggetto e rappresenta un'ottima fonte da cui un art director o un redattore potranno ricavare la didascalia giusta non solo per valorizzare l'immagine ma anche per rispondere alle esigenze descrittive della pubblicazione.
In parole più semplici, un redattore può accorciare una descrizione lunga e completa se le esigenze della pubblicazione lo richiedono, ma non può aggiungere informazioni a una descrizione striminzita (soprattutto se non conosce il soggetto).
Importante: la descrizione deve contenere, possibilmente all'inizio, il luogo, città, provincia, regione e nazione (in quest'ordine gerarchico) in cui l'immagine è stata scattata, oltre che la data di scatto, che è già scritta in automatico nei metadati ma che molte agenzie preferiscono sia esplicitata anche nella descrizione.
Attenzione: non copiate la descrizione da Wikipedia o da altre fonti.
Se lo fate vi sgamano subito, soprattutto gli americani, e difficilmente vi perdoneranno.
Il che non vuol dire che non ci si può ispirare… insomma, quando al liceo copiavamo il riassunto della compagna di banco, quella brava (e pure carina, accidenti, ma lei stava col palestrato ripetente della terza C), cercavamo di farlo da furbi, no? Si cambiano le parole, si usano i sinonimi, si modifica l'ordine delle frasi, si allunga qui e si accorcia là, e alla fine quello che viene fuori sembra originale, tutta (o quasi) farina del nostro sacco.
Per questo è importante conoscere bene la lingua che si sta usando (ed io confesso che a volte faccio un po' fatica).
Il campo delle parole chiave non è importante: è fondamentale!
Scrivetene più che potete, a patto (ovviamente) che abbiano attinenza con il soggetto.
Intanto rileggetevi la descrizione e attingete da lì: scrivete il nome del luogo, città, provincia, regione e nazione; scrivete il nome del soggetto, la tipologia o la categoria a cui appartiene; scrivete il nome di tutto ciò che si vede nella fotografia e di tutto ciò che ha attinenza con la scena ritratta. Se fotografate una montagna innevata non limitatevi a scriverne il nome ma aggiungete le parole mountain, alps, summit, peak, snow, ice, glacier… e poi sky, cloud, stone, rock, cliff
Le solite statistiche riportano l'elenco delle parole chiave più cliccate da chi fa ricerche in rete.
Tra le altre figurano cityscape, dog, easter, christmas, woman, man, beach, autumn, adventure, cloud, earth, butterfly.
Se fate fotografie turistiche in una città d'arte, la parola cityscape non deve mancare!
Infine non dimenticate l'indicazione di copyright: potete scrivere semplicemente il vostro nome, oppure inserire il simbolo del copyright (sul PC tasto ALT+184 sul tastierino numerico; su Mac ALT+C; su Linux ALTGR+SHIFT+C) e poi scrivere il vostro nome.
Nell'apposito campo potete inserire la URL di riferimento, cioè il vostro sito Internet se ne avete uno.
In questo modo la vostra fotografia sarà pronta a viaggiare nel mondo.
Importante: non è necessario perdere tempo scrivendo tutte queste cose su ogni singolo file: se usate Bridge o Lightroom è possibile compilare la descrizione una sola volta e poi applicarla a tutte le immagini di una serie omogenea.
L'illustrazione al fondo di questo articolo riproduce la descrizione di una serie di fotografie urbanistiche e architettoniche scattate sulla piazza di Canelli (provincia di Asti) in occasione di un lavoro svolto in collaborazione con il Politecnico di Torino.
Giusto un esempio per permettervi di copiare.
Buon divertimento e…
Alla prossima!

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Pubblicità stampata a  pagina 4 del Corriere dell'Arno  del 19 marzo 1894 (anno XXII, n. 9). Pubblicità tratta da una rivista stampata nel 2013. Descrizione di una serie di fotografie urbanistiche e  architettoniche scattate sulla piazza di Canelli (provincia di Asti).