Michele Vacchiano Cultural Photography

Il "tip" del mese

Ogni mese un suggerimento, un consiglio, un "trucco del mestiere" utile a rendere piů divertente, piacevole e professionale il lavoro del fotografo.

FEBBRAIO 2014

Che più bianco non si può.

Il bianco.
Un'ossessione delle casalinghe?
L'anelito supremo degli igienisti?
L'ultima Thule dei talebani del bucato?
Macché, semplicemente l'idea fissa di molti fotografi che - aizzati da riviste, manuali, tutorial online - dedicano al problema molto più tempo ed energie di quanto sarebbe necessario.

Stiamo parlando, ovviamente, del bilanciamento del bianco, cruccio e vanto di chi vi si dedica, spesso con una foga degna di miglior causa.

Prima premessa: il bilanciamento del bianco non si fa in macchina ma in postproduzione, prima di tutto perché gli algoritmi di regolazione dei software di fotoritocco sono più complessi e precisi di quelli utilizzati dalla reflex; poi perché lavorando in Raw (perché tutti noi si lavora in Raw, VERO!?) le regolazioni che si fanno in macchina diventano di fatto ininfluenti.
Pertanto sulla fotocamera il bilanciamento del bianco va impostato su "automatico": ogni macchina interpreterà a modo suo la temperatura di colore presente al momento ma noi non ce ne dovremo preoccupare, faremo tutto dopo.

Seconda premessa: tutto quanto diremo in questo articolo è privo di senso se non si possiede un monitor calibrato.
Esistono diversi metodi (tanto software quanto hardware) per calibrare il monitor in modo ottimale.
Ciascuno scelga quello che ritiene più opportuno, ma questa è un'operazione preliminare irrinunciabile, senza la quale non si va da nessuna parte.

Ciò detto, spieghiamo il perché del nostro iniziale sarcasmo.

Punto primo: chi guarda la nostra fotografia non era lì quando l'abbiamo scattata, quindi non ha la più pallida idea di com'era il colore della luce in quel momento.
Se anche era presente di sicuro non se lo ricorda, perché sfido chiunque a memorizzare con precisione le sfumature di colore di un paesaggio visto giorni prima!
Quindi è sufficiente evitare le facce verde-cadavere e la neve rosa-porcello, ma tutto il resto è opinabile e per ciò stesso perfettamente sostenibile.

Punto secondo: il colore di una fotografia dipende da diversi fattori: non soltanto la temperatura cromatica della luce disponibile al momento delle riprese, ma anche lo schema ottico dell'obiettivo, il tipo di trattamento antiriflesso, la struttura del sensore…
Esattamente come avveniva con le pellicole, ciascuna delle quali aveva (ed ha) una sua caratteristica e una sua peculiare resa dei colori.
Ne consegue che riprodurre con assoluta fedeltà i colori dell'originale è molto difficile.
Il che non significa che è impossibile, come vedremo tra poco, ma nella maggior parte delle situazioni è di fatto inutile.

Punto terzo ed ultimo: la fotografia è principalmente una proposta di lettura della realtà che il fotografo offre al potenziale spettatore, e non certo la riproduzione fedele di ciò che ha visto.
Quindi la resa dei colori è una questione di gusto personale, di sensibilità, in una parola di comunicazione.

Quanto detto fino ad ora  non vuole certo essere un incitamento a fregarsene della resa dei colori, ma al contrario vuole rappresentare un invito a curare con attenzione - ma nello stesso tempo con la massima libertà creativa - questo fondamentale aspetto dell'immagine.
In altre parole, è importante che il fotografo consideri la resa dei colori un fatto di comunicazione, di espressione, di estetica, senza lasciarsi ossessionare dalla pretesa di una "fedeltà" non solo impossibile da raggiungere (almeno per il fotoamatore) ma anche totalmente priva di senso!

Esistono - è vero - precise occasioni fotografiche nelle quali è importante prestare attenzione alla resa dei colori.

Una di queste è rappresentata dalla fotografia di quadri, stampe, affreschi o disegni a colori: di sicuro il cliente non accetterà una riproduzione che non sia conforme all'originale, fatti salvi gli ovvi limiti rappresentati dall'imperfezione intrinseca del mezzo tecnico.
La massima precisione si ottiene fotografando, in calce all'originale, una scala-colore: il fotolitista o il grafico che dovranno curare la stampa confronteranno la scala-colore fotografata con quella in loro possesso e apporteranno al file le necessarie compensazioni.

Se la fotografia non è destinata alla stampa tipografica si può includere nel primo shoot un cartoncino grigio-neutro al 18 per cento (che può ad esempio essere tenuto in mano dalla modella, o appoggiato a un muro quando si fotografa in esterni).
In fase di postproduzione basterà cliccare sull'immagine del cartoncino con il "contagocce" destinato alla regolazione del bianco per equilibrare l'intera immagine.
E' molto probabile che il risultato ottenuto non ci piacerà, ma - almeno in teoria - sarà quanto di più vicino alla "realtà" saremo riusciti ad ottenere.
Dopodiché basterà copiare le impostazioni di sviluppo di questa prima fotografia e applicarle a tutte quelle realizzate nelle stesse condizioni di illuminazione.
E' ovvio che ogni volta che la luce cambia (ad esempio in studio quando si modifica la disposizione delle lampade) il cartoncino grigio dovrà essere nuovamente fotografato.

E' comunque piuttosto raro che il fotoamatore avverta la necessità di un simile grado di precisione.

Molti programmi di fotoritocco propongono un semplice menu a tendina che permette di scegliere tra varie situazioni: come scattato, automatico, luce diurna, nuvoloso, in ombra, luce al tungsteno, luce fluorescente…
Se ci ricordiamo che tipo di luce c'era quando abbiamo scattato la fotografia possiamo provare a cliccare su una di queste voci.
La sequenza di fotografie riportata in calce a questo articolo (il ghiacciaio della Brenva al Monte Bianco da Notre-Dame de la Guérison, durante una bufera di vento) mostra alcune regolazioni rese possibili dal menu a tendina di Adobe Camera Raw (versione 8.2, la più aggiornata alla data di questo articolo).
Da sinistra a destra, rispettivamente, As shot (come scattato), Auto, Daylight (luce diurna), Cloudy (nuvoloso) e Shade (ombra).
Cliccando sulle singole immagini sarà possibile vederle ingrandite e (riduzione web permettendo) apprezzare le differenze.
La macchina (una Sony RX-1) era impostata sul bilanciamento del bianco automatico.
La prima immagine, regolata su "come scattato", è un po' troppo fredda e ricca di dominanti azzurrine.
Proviamo a regolare su "automatico" (seconda fotografia): va meglio, ma adesso abbiamo ottenuto un risultato opposto e non del tutto convincente, dato che i colori sembrano un po' troppo "caldi".
L'impostazione su "luce diurna" riporta l'equilibrio verso le lunghezze d'onda più corte (colori più freddi), senza però scendere ai livelli della prima immagine.
Teniamo buona questa, ma sperimentiamo ancora due possibilità.
Ricordiamo infatti che al momento della ripresa il sole non c'era, anzi, il cielo era decisamente nuvoloso e tutta la scena era in ombra.
Per cui proviamo "nuvoloso": la quarta foto somiglia molto a quella ottenuta in automatico, segno che il software sa fare abbastanza bene il suo lavoro.
Probabilmente è questa la regolazione tecnicamente più "giusta", come sembra confermare anche l'analisi dell'istogramma.
Tuttavia i colori appaiono nuovamente spostati verso il giallo, cosa che forse stona un po' con l'atmosfera livida che ci si aspetta di trovare in una situazione del genere.
Per puro scrupolo proviamo anche "Shade" (ombra), ma a questo punto la morena terminale del ghiacciaio si accende di toni dorati come la spiaggia di Malibu al tramonto, non è il caso.
Alla fine "luce diurna" e "nuvoloso" appaiono le soluzioni più credibili: la scelta fra le due è solo una questione di gusto personale.

Più sofisticato - e destinato ai più esperti - è il metodo numerico, basato su un cursore che permette di impostare direttamente la temperatura di colore.
Ora, sappiamo per certo che la luce al tungsteno (quella delle lampade da studio, non quella della lampadina a incandescenza a casa della nonna!) ha una temperatura di 3200 Kelvin e che la luce diurna normale (ma quando è "normale"?) viaggia sui 5600 Kelvin, ma per tutto il resto come ci regoliamo?
Ancora una volta, a naso.
Cioè a gusto.
E quando i colori ci piacciono, allora sono quelli i colori che vogliamo.

Con buona pace dei precisini che sì, saranno scientificamente e formalmente nel giusto, ma dovrebbero anche imparare a godersi la vita, qualche volta. Sennò, che palle!
Alla prossima.

Gallery

AsShot Auto. Daylight Cloudy Shade
La freccia a sinistra indica il contagocce, o pipetta, che determina il bilanciamento del bianco: è sufficiente individuare un'area che riteniamo sicuramente bianca (o grigio neutro) e cliccarci sopra con il contagocce per equilibrare l'intera immagine in base a quello che noi abbiamo scelto come tono neutro, cioè privo di dominanti. La freccia a destra indica il cursore per la regolazione numerica (in gradi Kelvin) della temperatura di colore. La freccia indica il menu a tendina presente in Camera Raw (ma in Lightroom è identico) con le diverse voci relative alle diverse condizioni di illuminazione. Questo è il modo migliore per fare dei veri disastri (per fortuna si può tornare indietro!), ma almeno serve a capire come funziona.