Michele Vacchiano Cultural Photography

Il bello della tormenta

Mi capita spesso di insinuare in amici e familiari una lieve inquietudine nei confronti delle mie facoltà mentali.
Ad esempio quando fermo di colpo l’auto, parcheggio pericolosamente sul ciglio della strada, scendo concitato, apro il bagagliaio e ne estraggo il banco ottico: cinque minuti per montarlo, altri due o tre per decidere l’inquadratura con la testa che scompare sotto il panno nero… e altrettanti per smontare il tutto e risalire in macchina.
“Ma come, tutto questo armeggiare e non hai fatto la foto?”
“No” rispondo, “alla fine ho deciso che non mi piaceva l'inquadratura!”
O ancora quando ci si trova in rifugio, tutti raggruppati intorno alla stufa perché fuori c’è bufera e fa un freddo cane, e io corro su in camera, afferro la reflex, torno sotto e mi precipito fuori dalla porta, in un turbinio di fiocchi ghiacciati che irrompe nella stanza provocando un insieme confuso di proteste e imprecazioni: “Ma dove c***o vai!?”
“Mah, esco a fotografare, perché?”
Ecco, sono questi i momenti in cui l’amicizia è davvero messa alla prova...
Ebbene sì, il cosiddetto “cattivo tempo” mi piace e mi ispira; il cielo senza nuvole mi deprime, ed è questo il motivo per cui una casa editrice specializzata in calendari e poster di montagna mi disse – molti anni or sono – che non avrebbe mai pubblicato le mie foto, perché “troppo drammatiche”: “Noi vogliamo il fiorellino in primo piano, la baita sul piano intermedio e la montagna sullo sfondo, sotto un bel cielo sereno” mi redarguì l’editore. Bleah!

Il giorno di santo Stefano del 2011, come d’abitudine, raggiunsi con la famiglia la casa di montagna.
Nonostante l’altitudine (poco più di 1600 metri) trovai meno neve di quanto mi aspettassi.
L’unica che dovetti spalare per entrare in casa fu quella ammucchiata dallo spartineve comunale proprio davanti al sentierino che dalla strada asfaltata conduce verso il piccolo prato antistante l’ingresso.
Per molti giorni il cielo si mantenne sereno.
A mezzanotte del 31 dicembre faceva persino caldo, quando insieme al vicino di casa uscimmo sul prato ad accendere qualche innocuo giochino pirotecnico per la gioia dei bambini.
Ma in pochi giorni la situazione cambiò.

Estoul. Il sole tramonta fra il Mont Glacier e la Tersiva.

Quel tramonto era diverso dagli altri.
Ero salito fino a Estoul, a un’ora in cui la massa degli sciatori aveva ormai abbandonato le piste e le strade erano finalmente libere dai SUV.
Camminavo lungo la strada ghiacciata mentre il sole giocava a nascondino con le nuvole, laggiù tra il Mont Glacier e la Tersiva (la mia vetta preferita, la montagna “himalayana” che richiede otto ore di solo avvicinamento prima di affrontare la cresta nordovest del Tessonnet: una salita non difficile ma faticosa verso una cima esteticamente perfetta).
Un fronte nuvoloso color bianco accecante stava avanzando da sudovest, dal Piemonte e dalla Valle di Cogne.
“E adesso vediamo come te la cavi” dissi a me stesso mentre mi accingevo a fotografare: di sicuro il sensore avrebbe avuto difficoltà a tradurre correttamente quella luce assoluta senza peraltro mortificare il primo piano.
Pazienza per i larici, che se vengono neri tanto meglio, fanno da quinta naturale, ma la strada no, doveva uscire perfetta nonostante i sei stop di differenza rispetto alle nuvole.
Non avevo con me il cavalletto (una volta tanto ero uscito per fare una passeggiata, non per lavorare) e quindi non sarebbe stato possibile effettuare due o più scatti con diversi valori di esposizione, per poi unirli in HDR.
Non avevo nemmeno il filtro digradante (che preferisco applicare in ripresa piuttosto che utilizzare quello digitale in postproduzione), per cui decisi di “esporre a destra”, sovresponendo di un diaframma e mezzo per dare luce al primo piano.
Avrei recuperato le alte luci in fase di trattamento.
Lo Zeiss Planar da 50 millimetri avrebbe “tenuto” perfettamente il controluce, e questa era l’unica cosa di cui ero matematicamente certo.
Decisi che quel tramonto avrebbe meritato qualche scatto in più.
Salii in macchina e ritornai di corsa al mio villaggio, prima che il buio prendesse il sopravvento.

Crepuscolo nel villaggio di Fenilliaz.

Il sole era già tramontato ma i suoi raggi ancora illuminavano le nubi alte nel cielo.
Un provvidenziale muretto mi offrì l’appoggio necessario ad effettuare i due scatti che avrei poi unito in HDR.
In fase di trattamento avrei anche esaltato quei rossi e quei gialli che sicuramente erano presenti nelle nuvole ma che il RAW grezzo non sarebbe stato in grado di evidenziare.

Mi si consenta una piccola digressione.
La mia filosofia nei confronti della postproduzione è molto chiara.
Personalmente rifuggo dalle elaborazioni esasperate.
Posso arrivare ad aggiungere una luna nel cielo, come del resto faccio anche lavorando in grande formato, se questo può migliorare la gradevolezza dell’immagine, ma non aggiungerei mai elementi capaci di stravolgere o alterare la lettura e l’interpretazione dell’immagine.
Per il resto parto dal presupposto (scientificamente fondato) che il sensore è in grado di registrare tutte le informazioni, anche quelle che il monitor del computer o – peggio – il display della reflex non ci fanno vedere.
Per cui quando esalto un colore è soltanto perché quel colore c’è già, e se lo metto in evidenza è semplicemente per adeguare quello che lo spettatore vedrà all’immagine mentale che io mi sono fatto del soggetto, alla realtà che io avevo “visto” (non soltanto con gli occhi) nel momento della ripresa.
E tutto questo senza alcun senso di colpa, perché la fotografia non è (né sarà mai) una “riproduzione” della realtà, ma una sua “traduzione”: così come i grandi traduttori sanno restituirci le emozioni dell’autore filtrandole attraverso la propria sensibilità (pensiamo ai lirici greci tradotti da Salvatore Quasimodo), allo stesso modo il fotografo esperto sa filtrare i dati visivi che gli provengono dal mondo reale attraverso la propria capacità interpretativa, il proprio vissuto, l’insieme delle proprie emozioni.
Chi dice che l’immagine andrebbe lasciata così come esce dal sensore non soltanto non ha capito che cosa sia la fotografia, ma neppure ha imparato su quali principi fisici si basino il funzionamento di un sensore e la formazione dell’immagine digitale!

Tornai a casa con la quasi certezza che l’indomani il tempo sarebbe cambiato.
Non immaginavo quanto.

Da casa, la tormenta.

A casa dormimmo tutti profondamente fino alla tarda mattinata. Durante la notte doveva essere mancata la luce, perché la sveglia sul comodino indicava le 00:00.
Del resto non avevo voglia di andare a recuperare l’orologio o il cellulare, lasciati sul tavolo della cucina la sera prima.
E comunque non doveva essere tardi, perché fuori era ancora scuro.
Claudia ed io non amiamo dormire al buio e di solito non oscuriamo le finestre durante la notte.
Solo in montagna e solo se fa molto freddo avviciniamo un poco le antine di legno.
Lo avevamo fatto anche la sera prima e questo (insieme alle tendine applicate ai vetri della piccola finestra) mi impediva di capire che cosa stesse accadendo fuori.
Un improvviso colpo di vento spalancò le ante e le fece sbattere contro il muro esterno.
Mi alzai, cercando di fare meno rumore possibile, e andai in cucina.
Accesi la stufa a kerosene e gettai un’occhiata all’orologio: le dieci!
Le dieci!? A quell’ora il sole avrebbe già dovuto fare capolino dalla cresta della Cleve di Moulaz…
Mi avvicinai alla porta di ingresso e vidi… quello che è illustrato nella foto qui sopra a sinistra.
Sul prato era caduto mezzo metro di neve in una notte e il villaggio era completamente immerso nel bianco.
La lanterna natalizia appesa all’esterno dondolava ritmicamente sotto la sferza del vento.
Non era una semplice nevicata: era una vera tormenta che in poche ore aveva drasticamente cambiato il paesaggio.
Feci una doccia veloce, mi vestii e iniziai a fare il punto delle provviste: il negozio più vicino dista sei chilometri da casa, trecento metri più in basso; in quella situazione muoversi con l’auto sarebbe stato improponibile, nonostante le gomme da neve.
Inoltre – come potei verificare poco dopo – lo spartineve comunale aveva sicuramente ammucchiato la giusta quantità di neve, bella dura e compressa dalla pala meccanica, davanti allo spiazzo dove sono solito parcheggiare.
Fortunatamente in casa avevamo cibo e kerosene a sufficienza, anche se la bufera fosse durata un paio di giorni.
Nel frattempo anche Claudia e Federico si erano svegliati, così – dopo una rapida colazione – decidemmo di uscire a goderci la nevicata.
Il vento soffiava furiosamente da nord e violente raffiche si alternavano a brevi periodi di relativa calma.

Il villaggio di Fenilliaz dalla strada verso La Croix, durante la bufera di neve.    Sulla strada di La Croix solo le nostre impronte e le tracce dello spartineve.

Nonostante il freddo e il vento, imbacuccati come l’omino Michelin, decidemmo di percorrere a piedi la strada verso La Croix (circa un chilometro), per avere una visione dall’alto.
La strada era interamente coperta di neve.
Le uniche tracce (a parte le nostre impronte, visibili nella foto a destra) erano quelle dello spartineve comunale, che continuava ad effettuare passaggi ravvicinati, giusto il tempo di scendere fino a Brusson e ritornare su.
Il nostro villaggio, giù in basso, era appena visibile nel turbinio della tormenta.
Decidemmo di salire ancora per un chilometro e mezzo, verso Estoul.
Eravamo talmente coperti e protetti da non temere né la neve né il vento.
Solo la macchina fotografica richiedeva qualche precauzione in più, ma ho già verificato in altre occasioni l’efficacia della “tropicalizzazione” di casa Canon: di certo la reflex non avrebbe sofferto nei pochi secondi necessari ad estrarla dalla borsa e scattare la fotografia.

Estoul sotto la nevicata.

A Estoul la situazione non era diversa: neve, vento e paesaggio appena visibile dietro una cortina di bianco assoluto.
Solo il freddo era più pungente, dati i duecento metri di dislivello percorsi da quando eravamo partiti.
Al ritorno, la strada verso casa era di nuovo immacolata: in poco più di mezz'ora la neve aveva cancellato non solo le nostre impronte, ma persino le profonde tracce lasciate dallo spartineve.

La bufera durò tutto il giorno ed anche il giorno successivo.
Una breve schiarita pomeridiana fu subito sostituita da un nuovo intensificarsi della perturbazione.
Nel frattempo la temperatura si era ulteriormente abbassata e la neve sul marciapiede davanti a casa e sul sentierino d’accesso iniziava a ghiacciare.
Per cui dovetti uscire e spargere abbondanti palate di sale lungo tutto il percorso fino alla macchina.
O almeno, dove probabilmente c’era la macchina, invisibile sotto due metri di neve!

Neve sulle vecchie case.

Nel pomeriggio del secondo giorno decisi di spingermi nuovamente fino a La Croix. Da lassù si gode una vista panoramica su gran parte della Valle d’Aosta, fino al Monte Bianco, e si può facilmente prevedere che tempo farà nelle ore successive: se il Bianco è visibile vuol dire che da ovest sta arrivando il bel tempo; se invece è immerso nella caligine significa che il maltempo durerà ancora.

Inutile raccontare che non solo non si scorgeva il Monte Bianco, ma nemmeno la vetta dello Zerbion, molto più vicina in linea d’aria!
Di certo la tormenta sarebbe durata ancora un giorno.
Scesi a piedi lungo la strada che conduce a Brusson.
Dopo un paio di curve incontrai il primo gruppo di case: una scena ormai fotografata in molte situazioni atmosferiche e in diverse stagioni.
E’ un minuscolo villaggio (un semplice gruppo di abitazioni) che col bel tempo si presta a divenire il soggetto di un poster, di quelli col fiorellino in primo piano e il cielo sereno sullo sfondo che piacciono agli editori, grazie allo sfondo rappresentato dalla Punta Goa e dai pascoli che salgono verso Bringuez.
Ma ora lo sfondo era completamente invisibile, sostituito dal grigiore abbagliante della neve che continuava a cadere fitta, turbinando a tratti ad ogni folata di vento.

Federico e il pupazzo di neve.

Il giorno dell’Epifania ci svegliammo sotto la solita nevicata, ma almeno il vento era un poco cessato.
La neve sul prato davanti a casa raggiungeva l’altezza dello steccato, ma il marciapiede era libero e percorribile grazie al sale sparso nei giorni precedenti.
Uscii per toccare quella neve: era farinosa e impalpabile, più simile a quella asciutta e fine che cade nel nord Europa o negli stati dell’ovest americano che a quella a cui siamo abituati sulle Alpi, solitamente più pesante e bagnata.
Chiamai fuori Federico e usando la pala da neve costruimmo un pupazzo, non senza fatica a causa di quella neve troppo asciutta e impalpabile per poter essere adeguatamente compattata.

Nel pomeriggio la nevicata cessò e un timido sole iniziò ad affacciarsi tra le nubi.
Da ovest, lungo il solco vallivo principale, continuavano ad avanzare nuvole scure, sempre più rade e sottili.
Decisi che la situazione meritava il medio formato, così ne approfittai per mettere alla prova la Phase One con il dorso da 39 milioni di pixel. La sua straordinaria latitudine di esposizione, unita alla risoluzione elevata, avrebbe saputo tradurre con la dovuta morbidezza le sottili nuances del bianco e tutti i toni intermedi fino alle ombre sfumate del tramonto.
Le ultime foto che illustrano questo racconto sono state scattate quel pomeriggio, sul tardi, passeggiando all’interno del nostro villaggio e nei suoi immediati dintorni, ed anche la mattina successiva, quando il sole si era ormai definitivamente impadronito del cielo.

Quello che più ci ha colpito di quei giorni è stato il silenzio, oltre all’assoluta solitudine.
Nonostante il villaggio fosse abitato (dai pastori residenti, oltre che dai proprietari di seconde case che vi trascorrevano – come noi – le vacanze di Natale), in tre giorni non avevamo incontrato nessuno, a parte il conducente dello spartineve comunale e l’allevatore Marino, che col suo trattore dotato di pala meccanica puliva ogni tanto la strada che conduce alle sue stalle.
Chi c’era, era rimasto tappato in casa, perdendo così l’opportunità di godere l’aria pura e il silenzio, il suono ovattato dei passi nella neve, il tamburellare soffuso e insistente dei fiocchi gelati sul berretto, ma soprattutto i paesaggi incantati che soltanto la neve sa regalare a chi la guarda con gli occhi stupefatti di quando era bambino.

Michele Vacchiano © Gennaio 2012

Gallery

Il primo sole dopo la tormenta filtra fra i rami nel tardo pomeriggio    Nel villaggio, verso il tramonto.

Nel villaggio, verso il tramonto.    Nel villaggio, verso il tramonto.

Al mattino, il villaggio si risveglia nel sole.    Al mattino, il villaggio si risveglia nel sole.