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Insegnare fotografia: la "rivoluzione copernicana"
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Il mio modo di fare e insegnare fotografia presuppone una sorta di "rivoluzione copernicana", un capovolgimento di mentalità che sappia mettere al centro del procedimento fotografico non più il soggetto, ma il fotografo.
Contrariamente a quanto un diffuso pregiudizio ancora induce a credere, la fotografia non rappresenta la realtà, ma traduce visivamente la curiosità stupefatta con cui l’artista guarda il mondo, filtrando e poi trasfigurando - attraverso la sua particolare sensibilità ed esperienza - le emozioni, le sensazioni e i ricordi che un paesaggio, un luogo o un oggetto hanno saputo evocare in lui.
La fotografia trasfigura il mondo reale svelandone magicamente quegli aspetti che
la nostra razionalità ci impedisce di cogliere.
E in questo modo il fotografo offre allo
spettatore una proposta di lettura che questi sarà chiamato a confrontare con la propria visione
del mondo, spesso attribuendo all’opera nuovi significati e nuove corrispondenze che il suo
creatore non aveva neppure lontanamente previsto.
In altre parole, ciò che lo
spettatore è chiamato ad analizzare quando osserva una fotografia
non è l'immagine di un albero, di una casa, di un elefante o di una modella,
bensì
il rapporto
che il fotografo ha saputo instaurare con l'albero, la
casa, l'elefante o la modella; è
lo stile
con cui ha affrontato e risolto
il problema fotografico che quei soggetti ponevano in essere; sono le modalità
con cui - attraverso la rappresentazione del soggetto - è stato in grado di
comunicare la propria intima visione del mondo.
Il soggetto diventa così il semplice pretesto di una comunicazione che riguarda non più la realtà fenomenica, esterna all'uomo, ma l'uomo stesso (inteso come io comunicante) e il suo mondo interiore.
Semiologicamente parlando, la fotografia è un
codice di comunicazione, grazie al quale il fotografo
affida valore di segno a pezzi di realtà che di per se stessi ne sono privi e
che il gioco semiotico trasforma in centri portanti
del messaggio iconico.
Un'opera creatrice che - così come la letteratura o la
musica - comunica da un lato le possibilità del codice stesso, dall'altro la maestria
con cui l'artista ha saputo piegare il codice alle proprie esigenze espressive. In una parola, il suo
stile.
Per questo la fotografia - come del resto ogni forma d'arte - non può
prescindere da un totale, profondo, spesso devastante coinvolgimento emotivo.
Un coinvolgimento che è prima di tutto intima comunicazione, compassione
(nella sua accezione etimologica di "sentire insieme"), colloquio silenzioso,
non mediato da segni umani, che si instaura tra fotografo e soggetto.
Un
soggetto che non va conquistato o catturato alla stregua di una preda
(l'espressione "catturare l'immagine" è quanto di più lontano possa esistere dal
mio modo di pensare), ma essenzialmente capito e conosciuto, grazie
all'instaurarsi di un dialogo a doppio senso: condizione irrinunciabile per
poter costruire, in seguito, un corretto rapporto semiotico tra fotografo e
spettatore.
Se voglio fotografare un albero o una montagna, io devo farmi albero o montagna; devo diventare l'animale selvatico che ho di fronte, sentirmi uno con la sua vitalità e il suo modo di essere.
Questo implica, come abbiamo detto, uno sforzo emotivo.
Ma richiede anche un non indifferente impegno intellettuale.
Bisogna studiare, studiare e ancora
studiare.
Studiare la storia dell'arte se si vuol essere fotografi di architettura,
l'anatomia umana se si vuol fare i ritrattisti, la zoologia e la botanica se si
ci vuole dedicare alla fotografia della natura.
Non c'è professionalità senza
specializzazione, e questo è essenzialmente il motivo per cui le agenzie più serie tendono a
scartare chi propone di tutto un po', preferendo invece i fotografi
monotematici.
Se le mie fotografie di stambecchi sono migliori di quelle della concorrenza
è soltanto perché io conosco le abitudini di questi animali e so come entrare
nel branco senza disturbarne l'armonia. Un risultato che è frutto, al tempo
stesso, di studio, di esperienza e di capacità di identificazione/compassione.
Quanto detto vale anche per quello che è considerato - a torto - il più semplice dei generi fotografici, e cioè il paesaggio.
In realtà fotografare un luogo significa entrare in sintonia non soltanto con la sua conformazione geografica,
ma anche con la sua “anima”, fatta di suggestioni, di odori, di suoni.
E poiché ben poche zone al mondo sono ormai esenti
dai segni della presenza umana, fotografare un luogo implica il saperne cogliere la storia, la cultura, l’impronta tutta
speciale che millenni di antropizzazione vi hanno lasciato.
Anche in questo caso la preparazione, lo studio
e la ricerca fanno la differenza.
Chi vede un bel paesaggio, ferma l’auto, fotografa e prosegue la sua corsa otterrà
forse una suggestiva cartolina, ma non molto di più.
Fermarsi in un luogo, visitarlo, parlare con la gente, consultare
una guida storico-artistica costituisce invece la premessa ideale per fotografie capaci di “raccontare” il territorio.
Non si può raccontare un territorio senza prima averne assimilato lo spirito, quello che i latini chiamavano il genius
loci.
E dato che il genius loci è fatto soprattutto di cultura e di vita, ecco che gli aspetti culturali assumono un’importanza
fondamentale.
Chi fotografa le Alpi sa bene che anche in territori apparentemente “selvaggi” la presenza umana è sempre
avvertibile, anche se discreta.
Lo stesso sentiero su cui si cammina, formatosi su antiche vie di transumanza; i cumuli di
pietre tolte dal pascolo e ordinatamente disposte; i ricoveri temporanei ottenuti chiudendo con un muretto a secco la
cavità naturale formata da una roccia sporgente…
Fino al limite dei ghiacciai perenni, e a volte anche oltre, la vita e
il lavoro dell’uomo lasciano il segno.
Entrare in rapporto con questa vita e questo lavoro è un passaggio irrinunciabile,
una condicio sine qua non per il fotografo di ambiente.
Di più, non dimentichiamo che la cultura dell’uomo è anche fatta
di usanze, costumi, cucina e vini: conoscere davvero un territorio vuol dire saper approfondire anche questi aspetti,
che a noi uomini tecnologici possono apparire marginali, o tutt’al più relegati nell’ambito del folclore, ma che rappresentano
elementi fondanti del vivere civile e aspetti primari dell’appartenenza ad una comunità per chi vive ancora in modo autentico
e non virtuale.
Il vino, l’ulivo, la fabbricazione dei formaggi sono realtà dalle quali non può prescindere chi voglia
fotografare col cervello e con il cuore, oltre che col dito indice.
Insomma, fotografare un territorio vuol dire prima di tutto essere capaci di assaggiarlo, odorarlo, farlo proprio. Infine, amarlo.
Questa è la fotografia, quella vera, quella che permette
allo spettatore di conoscere e capire perché, prima di lui, c’è stato un fotografo che ha lavorato, che ha vissuto, che
ha pagato di persona e che talvolta ha sofferto per arrivare a conoscere e capire.
Questa è la vera avventura.
Un’avventura interiore che ci cambia e ci arricchisce e che possiamo affrontare, volendo, senza mai allontanarci
dalla regione che ci ha dato i natali.
L’importante non è viaggiare sulla superficie della Terra, ma avere il coraggio
di immergersi nel profondo di se stessi.
E il fatto che questo genere di fotografo continui, a dispetto delle mode e del
mercato, a curare con pignoleria l'esposizione, a ricercare incessantemente il risultato più consono al suo sentire, ad utilizzare talvolta un pesante e ingombrante apparecchio a corpi mobili per controllare ogni parametro dello scatto e godere della più totale libertà creativa, significa soltanto che il suo modo di
fotografare, gli strumenti che usa, la concentrazione e le capacità non solo tecniche che egli mette in gioco non
sono altro che il naturale complemento della sua sensibilità, del suo stile, della sua ribelle, profonda, a volte
sofferta e tormentata visione del mondo e della vita.
Ma tutto questo diventa impossibile quando il presupposto iniziale (o meglio il
pregiudizio iniziale) è costituito dall'alterità del soggetto, dal considerarlo
diverso, alieno, esterno-a-sé e pertanto non coinvolgente, al punto che ci si
sente in diritto di catturarne l'immagine con qualunque mezzo, a qualunque
prezzo (e questo vale non soltanto per i fotografi naturalisti che non esitano a
recar disturbo agli animali pur di assicurarsi una fotografia da vendere, ma
anche e soprattutto per coloro che in nome dello scoop e di un mistificato
diritto all'informazione violano l'altrui intimità e l'altrui dolore).
Porre l'accento sul soggetto significa di fatto considerarlo come elemento
esterno, o meglio estraneo e per ciò stesso conquistabile; mettere al centro il
fotografo significa capire che la vera comunicazione - riguardando noi stessi -
richiede da parte nostra uno sforzo di conoscenza, di interiorizzazione e di
coinvolgimento che certamente si rivelerà costoso, ma che ci consentirà di
strutturare un messaggio realmente nostro e originale.
Nel primo caso otterremmo
una semplice, fredda, banale cartolina.
Nel secondo, una fotografia creativa.
Fotografare creativamente significa fare il vuoto dentro se stessi,
raggiungere uno stato dell'animo affine alla meditazione, liberare le propria
mente e lasciare che il soggetto (o meglio l'immagine mentale, l'
eikon,
che ci siamo fatti di lui) la pervada e la occupi nella sua interezza.
Esiste
una parola zen,
mushin, che esprime la totale coincidenza fra l'uomo e il
mondo, tra chi osserva e la realtà osservata (il che, a ben pensarci, rappresenta il
superamento di quel dualismo così saldamente connaturato col pensiero occidentale).
Come l'arciere zen, che scocca
soltanto quando la sua mente, la freccia e il bersaglio sono divenuti una cosa
sola, così il fotografo è chiamato a identificarsi con il soggetto, in un
momento di totale comunione (ancora una volta "compassione") che è -
essenzialmente - conoscenza.
Che si tratti di un paesaggio o di un animale, di
un'architettura o di una persona umana, ciò con cui avremo a che fare non sarà
più un pezzo di mondo esterno da raffigurare su una stampa bidimensionale, ma
un'esperienza interiore capace di cambiarci, un insieme
complesso di significati che non soltanto deve essere conosciuto per venire
fotografato, ma che essendo fotografato viene conosciuto e tradotto in
comunicazione visiva.
In un mondo sospeso fra l'aridità tecnologica fine a se stessa e il raggiungimento a tutti i costi di un risultato vendibile io propongo un nuovo umanesimo della fotografia, capace di capovolgere rapporti e valori, per riportare in primo piano il vero significato del comunicare.
Chi avrà il coraggio di affrontare questa "rivoluzione copernicana" dovrà accettare le necessarie conseguenze che essa trascina con sé, conseguenze capaci di mettere in discussione ciò che si credeva di avere acquisito non solo dal punto di vista tecnico ma anche e soprattutto da quello estetico e compositivo.
La prima di esse comporta, da parte del fotografo, un nuovo modo di
rapportarsi ai propri strumenti di lavoro e alle conoscenze tecniche necessarie
per farli funzionare.
Se è vero che la fotografia è una forma di comunicazione,
è anche vero che la realizzazione di immagini implica l'inevitabile utilizzo di
attrezzature e di tecnologie.
Anche in questo caso è indispensabile capovolgere
l'approccio tipico del principiante, che sempre manifesta una certa qual
dipendenza dal mezzo tecnico, visto di volta in volta come aggeggio un po'
misterioso e talvolta imprevedibile, quasi dotato di vita propria, oppure come
strumento imperfetto che permetterebbe forse risultati migliori se fosse più
grande, più nuovo, più sofisticato, più costoso.
L'idea che esistano macchine
"professionali" è tanto sciocca quanto indelebilmente radicata nella coscienza
collettiva dei fotodilettanti.
Ciò che in realtà distingue la fotografia amatoriale dalla fotografia
professionale non è il mezzo, ma l'uso che se ne fa.
E proprio perché stiamo
parlando di un sistema di comunicazione, diventa quasi intuitivo concludere che
soltanto la perfetta conoscenza dei propri strumenti di lavoro, delle loro
possibilità e dei loro limiti è in grado di garantire quei risultati espressivi
che permettono al fotografo di dire quello che vuole lui e non quello che vuole
la macchina.
Ogni volta che il fotografo si chiede come regolare il flash o quale bottone azionare per impostare
la modalità program, rende di fatto impossibile una vera comunicazione con il soggetto:
la macchina diventa non più un tramite ma un impaccio, un ostacolo da superare.
Per questo è
importante impadronirsi delle procedure d'uso del
proprio apparecchio ed interiorizzarle fino a renderle istintive.
Bisogna arrivare a sentire
la macchina come parte del corpo e del cervello, anzi, bisogna arrivare a non sentirla affatto:
essa deve diventare un mezzo trasparente, privo di corporeità e di peso.
In questo modo
nulla si frappone tra fotografo e soggetto e la comunicazione scorre libera.
Le ali di Icaro,
non l'elicottero a ruote dentate di Leonardo.
Senza dimenticare, peraltro, la conoscenza dei procedimenti fisici e chimici che stanno alla base della
creazione dell'immagine.
Queste nozioni, lungi dal rappresentare un narcisistico sfoggio di
tecnicismo, costituiscono la base di quell'esperienza che
porta il fotografo a dominare i propri mezzi espressivi evitando di esserne
dominato.
A questo proposito voglio suggerire uno spunto di riflessione.
Quando le
riviste di fotografia pubblicano le "prove su strada" di nuovi obiettivi,
corredano solitamente l'articolo con fotografie banali e insignificanti.
Se ad
esempio l'autore dell'articolo vuole illustrare l'angolo di campo di un
obiettivo grandangolare, si affaccia alla finestra di casa sua e fotografa il
palazzo di fronte.
E' un pigro? E' un incapace?
Niente di tutto questo:
semplicemente vuole che il lettore non rimanga distratto dall'osservazione di un
bel soggetto ma si concentri soltanto su quello che effettivamente deve
vedere: quanto inquadra il grandangolo.
Quando il principiante acquista un nuovo obiettivo o una nuova macchina si
comporta, più o meno consapevolmente, nello stesso modo: fa delle prove, il che
significa concentrarsi sul mezzo tecnico e sulle sue prestazioni piuttosto che
sull'immagine.
E' giusto che sia così: si tratta di una fase indispensabile alla
conoscenza dei propri mezzi di lavoro.
Ma si tratta di una fase che è - e deve
rimanere - iniziale e transitoria.
Che cosa succede a coloro che sono costantemente in caccia
dell'ultima novità?
Quelli che vanno in crisi se non seguono con pignoleria
quasi maniacale tutti gli upgrade che le case propongono e danno fondo ai loro
risparmi per assicurarsi l'ultimo modello di quella tale reflex che consente
qualche prestazione in più rispetto al modello in uso?
Succede che per tutta la
vita continueranno a fare prove, ma nessuna vera fotografia.
Ecco, quando scopro che tra i miei allievi ci sono amatori di apparecchiature fotografiche, comunico loro senza mezzi termini che hanno sbagliato corso e insegnante: perché io parlo di fotografia e non di strumenti.
Io insegno a fotografare partendo dalle attrezzature che ciascuno possiede, si trattasse anche di una
compatta o di una usa-e-getta.
E a chi mi obbietta che la compatta ha dei limiti rispondo che la cosa
non mi impressiona affatto: anche il banco ottico ha i suoi.
Perciò quando qualcuno mi domanda se sia meglio questo o quello zoom io di solito non
rispondo, prima di tutto perché realmente non lo so,
poi perché non me ne importa un accidente.
I clienti comprano le mie
fotografie quando le giudicano belle e tecnicamente ineccepibili, ma a nessuno di loro
viene in mente di chiedermi con che macchina o con quale obiettivo le ho
scattate, se non a titolo di pura curiosità.
Una seconda conseguenza di questo approccio "umanistico" alla fotografia coinvolge le tecniche e le procedure per determinare la corretta esposizione.
Contrariamente a quanto la manualistica destinata ai principianti
frettolosamente insegna, la "corretta esposizione", intesa in senso assoluto,
non esiste.
Questo perché lo stesso soggetto può assumere significati diversi a
seconda di come viene letto, interpretato e quindi esposto.
In altre parole, per
ogni soggetto esiste una quantità virtualmente infinita di esposizioni
possibili, ognuna delle quali è in grado di raccontare qualcosa di peculiare e
caratteristico.
Chi non è convinto di quanto affermo, immagini di trovarsi in un bosco, là dove
la luce solare
che filtra fra i rami crea sul terreno macchie di luce accecante alternate a
voragini di ombra profonda.
Nessuna pellicola e nessun sensore sono in grado di tradurre
correttamente questo elevatissimo contrasto tonale, per cui sarà necessario effettuare
una scelta: esporre per le luci, lasciando che le ombre si perdano nel nero
assoluto, oppure esporre per le ombre, lasciando che le alte luci "brucino" nel
bianco assoluto.
Entrambe le scelte sono "giuste" (l'unica scelta sbagliata
sarebbe fare una media), ma si tratta di scelte che coinvolgono soprattutto la
composizione, più che non la scelta della coppia tempo-diaframma: in entrambi i
casi, infatti, il fotografo curerà l'inquadratura in modo che le aree illeggibili (i
neri "tappati" e i bianchi "bruciati" rispettivamente) occupino una parte non
significativa della composizione.
La scelta espositiva diventa così funzione della
scelta compositiva: sarà stato il fotografo, e nessun altro, a scegliere l'elemento a cui
dare importanza, non perché condizionato da un esposimetro, ma perché guidato dalla
sua creatività.
Questo dimostra, se mai ve ne fosse bisogno, che la coppia tempo-diaframma
decisa dall'esposimetro deve sempre (sempre, non solo in caso di controluce o di
condizioni difficili) essere sottoposta a revisione e adattata alle esigenze di
comunicazione del fotografo.
Il concetto fondamentale, che solitamente sfugge al
principiante, è che la quantità di luce che giunge alla pellicola non
costituisce un parametro assoluto, dipendente in maniera meccanica dalla
quantità di luce riflessa dal soggetto (e pertanto misurabile), ma è una scelta
espressiva.
E in quanto tale non si misura.
Si decide.
La domanda giusta non è perciò "Qual è l'esposizione corretta per questo
soggetto?", ma bensì "Dove voglio far cadere il grigio medio?".
Solo a questo
punto si potrà misurare la luce, per verificare quanto le diverse aree
dell'inquadratura si discostano dal grigio medio e quanto occorre correggere per
ottenere un'immagine i cui rapporti tonali coincidano con quelli dell'immagine
mentale (l'
eikon, ancora una volta) che ci eravamo fatti del soggetto.
C'è una parola del greco antico,
techne, il cui significato è tanto
"arte", "attività artistica" quanto "tecnica", "lavoro manuale".
Anche
l'
artifex
latino era allo stesso tempo artista e tecnico.
I due
significati rimasero immutati, nella coscienza dell'Occidente classico e cristiano, per
tutta l'antichità e il Medioevo.
Soltanto nel Rinascimento l'artigiano, il
tecnico da un lato e l'artista dall'altro incominciarono ad intraprendere strade
che oggi sentiamo come distanti e inconciliabili.
Ma se esiste una forma di comunicazione che ancora riunisce in sé i due
antichi significati, questa è proprio la fotografia.
Nessun artista è costretto
a fare i conti con strumenti così tecnologicamente complessi, mentre nessun
tecnico riesce a piegare i propri mezzi di lavoro all'espressione di contenuti
tanto profondi.
Per questo la fotografia - snobbata di volta in volta sia come
forma d'arte che come tecnologia, relegata dagli uni nel cantuccio delle arti
minori, dagli altri tra le tecnologie imperfette - merita la considerazione
dovuta ad un'attività dello spirito umano unica ed irripetibile, le cui
peculiari caratteristiche non trovano né possono trovare termini di paragone
adeguati.
Michele Vacchiano © 1991-2009.