L'assedio di Torino (1706)


La Guerra di Successione spagnola vedeva il piccolo Ducato di Savoia schierato contro Francia e Spagna a fianco dell'Inghilterra, dell'Impero Asburgico, del Portogallo, della Danimarca e dell'Olanda.
Il Ducato era chiuso tra la Francia e il Milanese, all'epoca sotto il dominio spagnolo. Perciò il Piemonte si trovava ad essere un corridoio di collegamento tra i due grandi alleati: un vantaggio al quale Luigi XIV non poteva permettersi di rinunciare. L'alleanza del duca di Savoia, Vittorio Amedeo II, era per lui scontata.
Ma Vittorio Amedeo non era dello stesso parere. Sostenuto dal cugino Eugenio, condottiero delle truppe imperiali, il duca intuiva che questa volta la partita sarebbe potuta tornare a suo vantaggio. L'alleanza con l'imperatore gli avrebbe permesso - in caso di vittoria - di affrancarsi definitivamente dalla sudditanza nei confronti del ben più potente e agguerrito vicino. Senza contare che l'imperatore aveva promesso al duca nuovi territori ad ovest e a sud: il Monferrato, parte della Lomellina e della Valsesia, il territorio di Vigevano e a parte della provincia di Novara.
La scelta non era per nulla facile: in caso di sconfitta il ducato sarebbe stato definitivamente cancellato dalla storia, e con esso la dinastia dei Savoia. Ma alla fine prevalsero il coraggio e la lungimiranza: Vittorio Amedeo decise di partecipare al conflitto dalla parte degli Asburgo.
Nell'autunno del 1703 Luigi XIV iniziò la guerra contro il piccolo vicino ribelle. Le truppe del Re Sole invasero prima la Savoia e poi il Piemonte.
il 14 maggio del 1706 il duca De la Feuillade, al comando di 44.000 uomini, giunse al cospetto di Torino e iniziò le operazioni di assedio.
Questa mappa stampata ad Amsterdam raffigura la città assediata e illustra nei particolari le posizioni dell'esercito francese (il nord è in basso a sinistra). Cliccando sulla mappa è possibile scaricare l'immagine ingrandita (1,76 Mb).

Ai soldati francesi era stato promesso che, in caso di vittoria, avrebbero avuto quattro giorni di completa libertà all'interno della città conquistata: i torinesi avrebbero subito saccheggi, rapine, stupri, violenze incontrollate e impunite. Tutta la città si mobilitò per fronteggiare il nemico.
In vista del temuto assedio le opere difensive erano state irrobustite e perfezionate. La città era circondata da una grandiosa cerchia di fortificazioni, che si spingevano fino alla collina e completavano il baluardo costituito dalla poderosa Cittadella, edificata un secolo prima da Emanuele Filiberto. La Cittadella era un capolavoro di ingegneria militare, progettato per resistere a lungo. Al suo interno un gigantesco pozzo dotato di rampa elicoidale permetteva ai cavalli di scendere ad abbeverarsi e di ritornare in superficie senza mai ripercorrere la stessa strada.
All'epoca Torino era una delle più moderne piazzeforti d’Italia, ma era anche una città ricca di torri e campanili, di monumenti e palazzi barocchi, di strade eleganti e di una cultura che la rendeva celebre in Europa.
Il 17 giugno le manovre d'assedio erano state completate. Il Duca uscì dalla città, promettendo ai torinesi di tornare alla testa di un esercito liberatore. La difesa era stata affidata al generale austriaco Virico Daun.
I francesi, accampati nella pianura a nord e protetti da trincee, investivano Torino dalla parte della Cittadella. Un grave errore, data la possanza del baluardo e le gallerie sotterranee che da lì si dipartivano come una ragnatela fin sotto le linee del nemico.
Gli assedianti furono costretti ad affrontare una drammatica ed estenuante "guerra di mina": i minatori piemontesi percorrevano le gallerie, si portavano sotto le postazioni francesi e lì giunti facevano esplodere cariche potenti: esplosioni imprevedibili e violente che dilaniavano uomini, subitanee voragini che inghiottivano cannoni.
Ma nemmmeno gli assediati avevano vita facile. Le condizioni dei minatori all'interno delle gallerie erano a dir poco disumane: chiusi per giorni nel buio più assoluto, costretti ad infilarsi in cunicoli angusti, sottoposti a rischi di esplosione e a fatiche continue. L'unico strumento che avevano per illuminare i propri passi era la "lampada cieca", la cui luce non oltrepassava il metro di distanza: un punto di luce più visibile sarebbe stato un immancabile bersaglio, se mai il nemico fosse penetrato nelle gallerie.
Trascorsero interminabili settimane. Le gallerie della Cittadella, che i francesi tentarono invano di allagare, costituivano un vantaggio formidabile. La città era allo stremo ma non cedette, mentre il nemico accusava pesanti perdite: a ferragosto le truppe francesi erano quasi dimezzate.
Un giorno di fine agosto i francesi cercarono di penetrare all'interno della Cittadella. Qualcuno, per distrazione o per tradimento, aveva lasciato aperto un cancello di accesso alle gallerie.
Il minatore Pietro Micca è di guardia, insieme a un compagno. Sente che il nemico si avvicina. Chiude la pesante porta di quercia rinforzata con borchie di ferro e ordina al compagno di preparare la mina. Ma il compagno esita, si confonde, pasticcia. Imperizia o connivenza con il nemico?
"Sei più lungo di una giornata senza pane!" lo rimprovera Pietro, e gli ordina di mettersi in salvo. Ormai non c'è più tempo: i francesi stanno abbattendo la porta con le scuri. Pietro Micca dà fuoco direttamente al "salsicciotto" terminale della miccia. Forse può farcela. Si precipita giù per la scala, tenta di mettersi al riparo dietro l'angolo: sa di poter contare su non più di due secondi, ma la salvezza è a pochi metri. L'esplosione, violentissima, scava un'enorme voragine che travolge gli assedianti. Lo spostamento d'aria scaraventa Pietro contro il muro, lo spinge come un fuscello lungo la galleria e ancora contro un muro. I soccorritori lo troveranno molto lontano dal punto dell'esplosione, ormai morto per le ferite e le lesioni interne. Ancora oggi, nella galleria, è visibile la voragine causata dall'esplosione e il luogo dove fu ritrovato il corpo dell'eroico minatore. Alla giovane vedova e ai due figli lo stato garantì una "pensione" di due micche di pane al giorno.
Una curiosità. In molte panetterie torinesi si può ancora trovare la “munizione”: un pane rotondo e piatto di generose dimensioni. Era la “munizione da bocca” dei soldati sabaudi, la loro paga giornaliera che per tradizione viene ancora prodotta e consumata in città. E' il pane che si acquista il sabato per la domenica, perché "tiene" bene e si può mangiare anche dopo un giorno o due.
Sin dall’inizio della guerra Vittorio Amedeo aveva sollecitato l’intervento dell'esercito imperiale comandato da suo cugino, il Principe Eugenio. L’intervento era sempre stato per vari motivi procrastinato, ma adesso, di fronte alla drammatica situazione, Eugenio affretta i tempi. Il 7 luglio attraversa l'Adige e si dirige a marce forzate verso Torino. La sera del 29 giunge a Villanova d’Asti e qui viene scortato a Carmagnola dove incontra il sovrano.
Il 2 settembre i due cugini salgono sulla collina di Superga per studiare dall’alto la situazione e scegliere una strategia. Decidono una mossa audace e pericolosa, che tuttavia avrà successo.
All'alba del 7 settembre si dà battaglia in campo aperto.
Alle dieci del mattino l’armata austro-piemontese inizia l’attacco su tutto il fronte. I francesi si scompaginano, arretrano, fuggono. Nel vano tentativo di salvarsi centinaia di soldati annegano nella Dora. Alle tre del pomeriggio iniziano la ritirata. Il grosso si dirige verso Pinerolo e di qui in Francia attraverso la Val Chisone. Vittorio Amedeo e il Principe Eugenio rientrano nella città liberata da Porta Palazzo e si recano in Duomo, dove viene celebrato un solenne “Te Deum” di ringraziamento.
Pochi anni dopo, una volta riassestate le finanze del Ducato, Vittorio Amedeo affida all'architetto Filippo Juvarra la costruzione di una grande basilica dedicata alla Vergine sulla collina di Superga, proprio là dove lui ed Eugenio avevano avuto la prima intuizione della vittoria.
In occasione del trecentesimo anniversario dell'assedio (1706-2006) il Sistema bibliotecario urbano della Città di Torino ha progettato la riproduzione fotografica di mappe e documenti relativi a quell’evento storico.
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Già nel 1702 il Re Sole considerava Torino facente ormai parte dei suoi possedimenti. In questa incisione in rame, dal titolo Medailles de Louis XIV, compare la pianta della città (la terza dall'alto). L'ultima medaglia in basso a destra raffigura un paesaggio montuoso e una donna in atteggiamento dimesso seduta ai piedi di un monte. La scritta "Sabaudia subacta" (Savoia sottomessa) chiarisce senza mezzi termini le intenzioni del sovrano.
Un'altra incisione in rame, colorata all'acquerello e intitolata Nouvelle carte du Piemont. Nieuwe Kaart van Piemont, stampata ad Amsterdam nel 1709. La tavola è contornata dalle piante di tredici città del Piemonte. Quella di Torino si trova in basso al centro.
Ancora un'incisione in rame stampata ad Amsterdam (1729). La città di Torino è vista dalla collina con prospettiva a volo d'uccello. In primo piano, a sinistra, il convento del Monte dei Cappuccini, oggi sede del Museo Nazionale della Montagna "Duca degli Abruzzi".
Questa pianta della città, stampata a Parigi nel 1704 (due anni prima dell'assedio), si fa notare per la sontuosità tipicamente barocca delle decorazioni. A sinistra, un putto regge il cartiglio contenente il titolo; a destra, un guerriero regge la tavoletta con la legenda.
Il santuario della Consolata, o semplicemente "la Consolata" come lo chiamano comunemente i torinesi, è un luogo di culto mariano fra i più antichi del Piemonte (risale infatti al X secolo). Vi si conserva un'antica icona della Vergine, venerata come consolatrice degli afflitti. Nella celebre "galleria degli ex-voto" oggetti, scritte, ma soprattutto quadretti dipinti da mani ingenue e devote testimoniano di inattese guarigioni, di miracolosi salvamenti, di grazie ricevute da chi si affida all'intercessione della Consolata. Non stupisce che durante l'assedio i torinesi invocassero la loro protettrice. Questa immagine veniva affissa sulle porte delle case per preservarle dalle bombe dei cannoni francesi. In basso una veduta della città durante un bombardamento.
Terminato l'assedio, molti si impossessano delle armi abbandonate o perse dai franco-ispanici. Non potendo permettere che queste armi restino in mano a privati, il ministro delle finanze Groppello fa emanare questa circolare, nella quale si dispone la consegna delle armi alle autorità, che provvederanno a rimborsare, secondo una tariffa stabilita, chi avrà ottemperato alla disposizione.
Questo salvacondotto, redatto in tedesco (con traduzione manoscritta in italiano) e datato 27 aprile 1706, reca la firma autografa di Vittorio Amedeo II.
Un altro salvacondotto, datato 2 dicembre 1705, a firma autografa del principe Eugenio.
Questo resoconto della battaglia di Torino fa parte di un libro pubblicato all'Aja nel 1725. L'autore, Jean Dumont, vi descrive le battaglie vinte dal principe Eugenio. Nella testata della pagina un sontuoso cartiglio racchiude la mappa dell'assedio. Si vedono chiaramente la pianta della città e la disposizione degli accampamenti francesi. Sulla destra il principe Eugenio, a cavallo, dirige le operazioni.
Lettera (17 maggio 1706) dell'imperatore Carlo VI a Vittorio Amedeo II. L'imperatore, che si rivolge al duca chiamandolo affettuosamente "fratello", annuncia l'arrivo della flotta alleata e la liberazione di Barcellona dall'assedio dei franco-ispanici. La notizia della liberazione di Barcellona infuse nuova speranza e nuove energie ai torinesi: l'esercito francese, per quanto organizzato e agguerrito, poteva, dopo tutto, essere sconfitto!




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© Michele Vacchiano 2001.