Camera: Graflex Super Graphic con dorso 4x5"/10x12cm
Obiettivo: Schneider Apo-Symmar 180mm f/5,6
Pellicola: Ilford Delta 100
Era un giorno un po' strano e anche un po' speciale.
Nell'aria il profumo della neve e nel cuore la dolce parlata dei "troubadours".
Una valle lontana e quasi sconosciuta. Quasi come i giorni che sarebbero venuti...
Le valli del Piemonte meridionale, amministrativamente appartenenti alla provincia di Cuneo, costituiscono la culla alpina della civiltà occitana.
Nell'antica Francia e, più in generale, nell'area di influenza francese (Alpi occidentali comprese), la langue d'oc (da cui deriva il termine "occitano") era parlata nelle regioni meridionali, fra cui la Provenza e le Alpi del sud, mentre la langue d'oïl era parlata nelle regioni settentrionali.
"Oc" e "oïl" erano le parole per dire "sì" in entrambe le lingue (da "oïl" deriva il francese moderno "oui").
Essendo parlata nella regione di Parigi la langue d'oïl si impose come lingua nazionale, relegando la langue d'oc, altrimenti nota come "provenzale", a un ruolo secondario.
La stessa sorte toccò al francoprovenzale, il "patois" oggi parlato in Savoia, in parte del Vallese svizzero, in Valle d'Aosta e nel Piemonte nordoccidentale ma un tempo esteso - sembra - fino a Lione.
Nel corso dei secoli queste lingue (perseguitate dalla politica accentratrice della monarchia prima e della repubblica poi) videro ridursi sempre più la loro area di influenza e alla fine, ormai scacciate da città e pianure, si rifugiarono nel cuore delle valli alpine.
Eppure la lingua provenzale aveva prodotto, nel corso dei secoli, grandi opere letterarie.
Nel medioevo essa fu la lingua dei troubadours, i trovatori che giravano di corte in corte portando la loro musica e la loro poesia.
A differenza dei trouviers delle terre del nord, che cantavano le gesta eroiche di re Carlo e dei suoi paladini, i troubadours utilizzavano la dolce lingua provenzale per cantare l'amore e la passione.
Giunti in Italia alla corte di Federico II di Svevia, i trovatori provenzali furono i veri ispiratori di quella Scuola siciliana che segnò il nascere della poesia in Italia e che a sua volta ispirò i poeti toscani e il Dolce stil novo.
Arnaut Daniel, Bernart de Ventadorn, Bertran de Born e altri cantori d'amore il cui nome è per noi perduto sono tra i protagonisti della rinascita dell'Europa medioevale, che riscopriva finalmente - dopo secoli di barbarie - le gioie della poesia e i piaceri dell'arte.
Questa nobile lingua (alla quale Dante Alighieri dedica tanto spazio nel suo trattato "De vulgari eloquentia") sarebbe forse caduta nell'oblio se molti secoli dopo un grande poeta provenzale, Frédéric Mistral, non l'avesse riscoperta e riutilizzata per un suo lungo e grandioso componimento poetico, "Mirèio" (1859), a cui seguirono numerosi altri lavori.
Cinque anni prima (1854) Mistral e altri sei poeti avevano fondato il Félibrige, movimento nato con lo scopo di restituire alla lingua occitana la sua dignità di grande lingua letteraria.
Tuttavia, nonostante questi ed altri lodevoli tentativi, il provenzale può dirsi oggi quasi del tutto scomparso dalla Provenza.
La lingua nazionale - imposta dalla scuola e diffusa dai media - si è diffusa in Francia più rapidamente e con più violenza di quanto non sia avvenuto in Italia, in ossequio a una colonizzazione culturale (prima che linguistica) voluta e premeditata.
Non così è avvenuto nelle valli alpine del Piemonte meridionale. Qui la lingua
occitana fu per secoli l'espressione di una cultura alpina viva e fiorente.
Nel Rinascimento il ricco e potente Marchesato di Saluzzo richiamava nelle sue
valli artisti, poeti e mercanti. Le Alpi erano il centro di una civiltà colorata
e multiforme; i villaggi erano densamente popolati e la vita vi scorreva tranquilla
e prospera, come documentano le testimonianze d'arte che ci stupiscono per essere
fiorite in luoghi che oggi ci appaiono così desolati e lontani. A partire dal
XVII secolo, il consolidarsi dei grandi stati sovranazionali e la centralizzazione
del potere monarchico spostò gli equilibri socioeconomici verso i centri della
pianura: Parigi e Torino. La montagna, che era stata terra di transiti, di commerci,
di pellegrinaggi (con tutto il fermento culturale che da questi eventi deriva),
divenne regione periferica, poco interessante dal punto di vista economico e
decisamente improduttiva. L'irrigidimento del clima dovuto agli effetti della
"piccola età glaciale" (che si protrasse all'incirca fra il XVI e il XIX secolo)
contribuì dal canto suo alla decadenza della civiltà alpina. I valichi d'alta
quota divennero impraticabili a causa del ghiaccio e della neve, obbligando
mercanti, artisti e viaggiatori a trovare altre strade: quei percorsi di fondovalle
che oggi ci sembrano così naturali ma che in realtà rappresentavano una lunga
e faticosa deviazione per gente che si muoveva a piedi: se ci si pensa con attenzione,
la strada più breve tra due villaggi adagiati sugli opposti versanti di un monte
passa dall'alto, non dal basso! Lentamente ma inesorabilmente la montagna venne
abbandonata, i villaggi si spopolarono e i pochi abitanti rimasti dovettero
affrontare secoli di stenti, di privazioni e di emigrazione forzata. Tuttavia
l'isolamento coatto contribuì a conservare molte delle tradizioni della montagna,
prima fra tutte la sua parlata. Neppure il fascismo, nemico dichiarato delle
autonomie e delle diversità, riuscì a sradicare dal territorio l'uso delle lingue
locali. Oggi la lingua occitana delle valli cuneesi è oggetto di intelligenti
operazioni di recupero, anche grazie al riconoscimento e alla tutela delle minoranze
linguistiche voluta dalla Costituzione italiana. L'escolo dou Po (la scuola
del Po) si adopera, insieme a innumerevoli altre associazioni, per la rinascita
della poesia d'oc. In occitano si pubblicano libri e giornali. Gruppi musicali
quali gli Abourasqui o i Troubaire de Coumboscuro sono i nuovi trovatori che
armonizzando fra loro tradizione e innovazione sanno unire poesia moderna a
musiche tradizionali, ritmi attuali a strumenti del folklore popolare. Per chi
conosca il piemontese e il francese la lingua occitana scritta non è difficile
da capire. Diverso è il discorso per la lingua parlata, che come sempre succede
risulta incomprensibile a chi non vi abbia dimestichezza. Il Vallone di Bellino
(Valoun de Blins in occitano) è un vallone laterale della Val Varaita (Val Varacho),
nel cuore dell'Occitania alpina. Il modo di costruire, le chiese, le fontane
e i villaggi richiamano alla memoria una civiltà montanara fatta di rispetto
per l'ambiente, di fede, di armonia, senza dimenticare il gusto del bello e
l'amore per l'arte, a volte espresso dall'ingenuo pennello dei pittori girovaghi
che - a fronte di compensi modesti (quali potevano essere quelli corrisposti
da gente semplice e dignitosamente povera) - affrescavano muri e cappelle votive.
Era il mese di marzo di qualche anno fa. Avevo ancora la Graflex. Vivevo e viaggiavo
senza una compagna, libero di seguire i miei ritmi e la mia fantasia ma intimamente
irrequieto e tormentato. Era una strana giornata. Mi ero svegliato più inquieto
del solito. Il mio animo vagabondo mi spingeva a fuggire, ad allontanarmi da
casa almeno per un giorno. Sì, lo so, coelum non animum mutant qui trans mare
currunt, come diceva il buon Cicerone, ma allontanandomi dalla quotidianità
sarei forse riuscito a dare un fine (se non una risposta) alla strana impazienza
di quel mattino. Ero salito in macchina portando con me la Graflex e qualche
lastra in bianco e nero e mi ero diretto verso la tangenziale. Da lì si può
osservare l'intero arco delle Alpi occidentali, dal Monviso al Rosa: quando
viaggio senza meta è in quel punto che prendo le mie decisioni. Sul massiccio
del Gran Paradiso gravavano spesse nuvole gonfie di pioggia. A sinistra, verso
le Alpi marittime, una calda luce mediterranea riempiva il cielo azzurro pallido:
il Monviso si stagliava nitido, la cima infiocchettata da una nuvoletta di bel
tempo. Avevo deciso in fretta: mi sarei diretto verso l'azzurro e i colori caldi,
quasi marini, del Piemonte meridionale. Appena imboccata la Val Varaita, il
freddo e la neve da poco caduta mi avevano ricordato che nonostante tutto mi
trovavo sulle Alpi, anche se a una latitudine mediterranea. Avevo acceso il
riscaldamento dell'Astra e avevo tentato di risalire il Vallone di Gilba. Ma
la neve mi aveva bloccato, costringendomi a ritornare sulla strada di fondovalle.
Il mio modo di viaggiare quando fotografo è decisamente dispersivo: imbocco
ogni strada sconosciuta per vedere fino a dove posso spingermi, effettuo deviazioni
improvvise spinto solo dall'estro e dalla curiosità. Erano passate ore dalla
partenza ed ora stavo percorrendo la strada di fondovalle (l'unica esistente)
del Valoun de Blins (non riuscirò mai a nominarlo in italiano). Sapevo che non
sarei andato troppo lontano: la neve ancora abbondante restringeva sempre più
la carreggiata e di lì a poco l'avrebbe ostruita del tutto. In ogni caso riuscii
a raggiungere la fine della strada asfaltata. Avevo già scattato diverse fotografie
ma non avevo ancora trovato un'inquadratura che sapesse coinvolgermi, una di
quelle che io definisco "i paesaggi dell'anima". Nell'aria ancora fredda e frizzante
aleggiava leggero il sentore dell'imminente primavera. Presto i larici, ormai
liberi dalla neve ma ancora spogli, si sarebbero rivestiti di piccoli e morbidi
aghi color verde chiaro. La natura e le stagioni parlano al cuore di chi appartiene
alla montagna. Istintivamente, attraverso canali a me stesso sconosciuti, avvertivo
con nitidezza il cambiamento che si preannunciava. Me lo diceva il profumo del
vento, lo confermava la voce del torrente. Ma il più squillante annuncio di
primavera era forse quella luce tagliente che pervadeva ogni cosa e rendeva
netti i contorni. In alta quota, il vento sfrangiava le nuvole sospingendole
a frotte e creando improvvisi chiaroscuri sulle pendici delle montagne. Fu così
che arrivai al ponte. Era alla fine della strada, un piccolo ponte di legno
gettato attraverso il torrente di fondovalle. Era ricoperto da venti centimetri
di neve fresca e non sapevo neppure se le vecchie assi avrebbero sorretto il
mio peso. Decisi ugualmente di spingermi fino a metà del ponte per guardare
verso valle. Sotto di me l'acqua spumeggiava gelida mentre sullo sfondo si stagliava
nitida quella montagna innevata. Non molto alta, a dire il vero, ma con la neve
le montagne sembrano sempre più imponenti di quanto non siano in realtà. La
brezza di valle soffiava gagliarda e mi investiva il viso, congelando il respiro
e imperlandomi i baffi di minuscole sferette di ghiaccio. Ero privo di giacca
a vento: pensai che se volevo fotografare dovevo sbrigarmi. Tornai alla macchina.
Tentando di rimanere al riparo del portellone montai sul cavalletto la Graflex,
equipaggiata con l'Apo-Symmar da 180 mm, misi in tasca un paio di chassis e
ritornai sul ponte. Quelle nuvole bianche che si agitavano nel cielo, sempre
irrequiete e mutevoli; quel torrente che scorreva nervoso, veloce, quasi spinto
da un'urgenza irrimandabile; e poi il vento, teso e costante, che mi investiva
con l'insistenza di un ostinato orchestrale, contribuivano ad infondere nel
paesaggio un'instabilità e una tensione inusuali, quasi l'attesa ansiosa e impaziente
di un evento tanto certo quanto sconosciuto e proprio per questo inquietante.
Era esattamente lo stato d'animo che mi aveva spinto, quella mattina, ad uscire
di casa, a mettermi in viaggio senza sapere per dove, a cercare in un altrove
lontano e diverso un qualcosa che sapesse dar corpo alle mie ansie senza nome.
Avevo trovato il mio paesaggio dell'anima. Ed ora sapevo che cosa mi aveva spinto
fin lì: l'attesa impaziente della primavera, la stessa che respiravo nell'aria;
il desiderio misto a timore di chi percepisce, in modo ancora confuso e attraverso
sensi nascosti, l'approssimarsi di nuovi e sconosciuti eventi. Lasciai il Valoun
de Blins pervaso da una consapevolezza nuova che era soprattutto calma sicurezza.
Ero pronto al cambiamento e avrei accolto con serena gratitudine la mia primavera,
sotto qualunque forma avesse voluto presentarsi. Poco tempo dopo conobbi Claudia.