Camera: Graflex Super Graphic con dorso 4x5"/10x12cm
Obiettivo: Schneider Apo-Symmar 180mm f/5,6
Pellicola: Kodak Ektachrome 100 Professional in confezione Readyload
Settembre 1998. Ero salito con mio figlio Giorgio e alcuni amici da Ceresole Reale verso il Colle del Nivolet.
Benché in pianura ci fosse il sole, a mano a mano che salivamo lungo la stretta carrozzabile che da Chiapili porta al colle il tempo si faceva sempre più cupo.
Giunti all'altezza del lago Serrù incominciò a nevischiare: piccoli cristalli gelati che il vento sospingeva rabbioso contro il parabrezza dell'auto.
Gli amici che mi seguivano con un'altra vettura incominciarono a pensare che presto mi sarei fermato, e che se proseguivo era solo per trovare una piazzuola che mi consentisse di effettuare l'inversione di marcia.
Ma io, ben sapendo con quanta facilità il tempo cambia in quella zona, proseguii senza esitare fino al colle.
Superato il valico vedemmo che sull'altro versante il tempo era meno inclemente, anzi, tra le nubi stracciate dal vento traspariva qua e là qualche raggio di sole.
Il freddo era pungente, ma decisi ugualmente di parcheggiare l'auto davanti al rifugio Savoia per incamminarmi a piedi verso il Vallone delle Meyes, trascinandomi dietro gli amici infreddoliti e recalcitranti.
Dopo circa un'ora di cammino iniziammo ad attraversare il Vallone dell'Aouillé.
Il tempo stava cambiando rapidamente e dal ghiacciaio alle nostra spalle iniziava a soffiare la tormenta.
Piazzai il cavalletto e utilizzando il meno possibile il panno nero - che avrebbe fatto da vela scaraventando nell'acqua la macchina - inquadrai l'Herbetet sullo sfondo e il torrente in primo piano, che lì si allargava e scorreva formando mille rivoletti tra i sassi della morena glaciale.
Per mantenere a fuoco tanto il primo piano quanto lo sfondo, applicando la regola di Scheimpflug, effettuai un leggero basculaggio in avanti della piastra portaottica. La bufera incombente e la conseguente fretta mi impedirono di regolare con precisione il grado di basculaggio, per cui associai al movimento un'energica diaframmatura, allo scopo di incrementare la profondità di campo apparente e rimediare così a eventuali imprecisioni.
Inserii nel dorso Polaroid una lastra Kodak in confezione Readyload (quando lavoro in montagna preferisco le pellicole precaricate, molto più leggere dei tradizionali châssis) e scattai più in fretta che potevo, mentre già la tormenta iniziava a picchiettare sul cappuccio della giacca a vento.