
Là, tout n'est qu'ordre et beauté,
Luxe, calme et volupté.
(Charles Baudelaire)
E' molto difficile, per me, parlare delle Alpi da un punto di vista oggettivo. Sono l'ambiente nel quale più volentieri vivo, lavoro e trascorro il tempo libero. Lassù è il regno della neve e del vento, di vallate solitarie popolate da foreste di larici dove trovano rifugio lo scoiattolo, l'ermellino e il gallo forcello. Più in alto, al confine del cielo, il possente spettacolo dei ghiacciai, scintillanti orizzonti di luce.
E ancora i pascoli d'alta quota, costellati da laghi glaciali, percorsi da ruscelli d'argento che scorrono creando cascate (ognuno di loro ha una voce diversa, che rimane - inestinguibile ricordo - nel cuore di chi appartiene alla montagna).
Qui l'estate trionfa di colori e profumi, quando migliaia di piccoli fiori e di farfalle variopinte e di cavallette impazzite d'amore inondano il prato con una dirompente sinfonia di vita. Qui vivono in pace i mansueti totem della montagna: lo stambecco maestoso, il timido camoscio e la marmotta, che condivide col popolo degli gnomi le oscurità sotterranee. E ancora la pernice e il nobile corvo, l'aquila e il gipeto dalle grandi ali.
Non puoi vivere qui senza provare una continua emozione.
La polvere dei sentieri ti penetra nei pori della pelle e non puoi più lavarla via. La respiri, ed è così impalpabile che ti entra nell'anima.
Quando questo accade, tu appartieni alla montagna e alla natura selvaggia.
Il sole delle altezze inaridisce e sgretola quella tua vecchia, sottile crosta di civilizzazione, mettendo a nudo la tua vera essenza di figlio dell'universo, di creatura terrena fatta di alberi e acque, di roccia e polvere che viene dalle stelle.
Da adesso in avanti, dovunque tu sia, qualunque cosa tu stia facendo nel mondo, apparterrai a questi luoghi solitari, e qui tornerai sempre, ogni volta che ti sarà possibile. Quando il tuo corpo ti impedirà di tornarvi, essi diventeranno per te i luoghi del sogno, il paradiso perduto in cui mille volte ti sei confrontato con i tuoi propri limiti per ritrovare te stesso. O per trovare Dio.
Ora sei in comunione con la natura selvaggia, pronto a cogliere con l'acuta freschezza di un animale gli stimoli sensoriali che provengono dall'ambiente intorno a te. Adesso sai che prima di fotografare devi rimanere in silenzio e in ascolto, assaporando i mille profumi di un pascolo estivo, scrutando fra l'erba alla ricerca di quelle piccole vite che così spesso distrattamente calpestiamo. Cercare i ciuffi di pelo invernale rimasti impigliati fra i rovi, distinguere i canti degli uccelli, rimanere nascosto e ancora aspettare...
Ma non voler catturare un'immagine come si conquista una preda. La luce non la puoi conquistare, né costringere ai tuoi desideri. La luce è un filo sottile, impalpabile più che tela di ragno. Tu impara l'arte del tessitore per farne arazzi splendenti.
E una piccola impronta d'argento resterà sul sentiero, quando avrai concluso il cammino.